La Traversata – dalla pianura al mare

Un gruppo di amici dalle più disparate attitudini sportive e ciclistiche affronta la traversata dell’appennino nel tentativo di raggiungere il mare.

 


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Introduzione

Traversata è un termine coniato dal mio amico Cesare per identificare un percorso che dalla nostra città natale (Casteggio) ci porti fino al mare (Sestri Levante), attraversando quel tratto di appennino tanto affascinante quanto selvaggio che fino ad oggi abbiamo trascurato nei nostri vagabondaggi in bici.
La parola “Traversata” è importante. Richiama le grandi imprese di esploratori passati che si avventuravano in terre sconosciute o tentavano imprese in territori sfavorevoli e difficili.
La parola “Traversata” è quello che serve per far nascere la curiosità e l’entusiasmo tra i nostri amici.
E così siamo in sei alla partenza. Veterani e principianti, tutti allo stesso livello.
Tutti pronti a scoprire l’imponenza delle verdi foreste che circondano Bobbio; il colore turchese del torrente Trebbia; le profonde gole scavate dal torrente Aveto; il tempo che si è fermato all’agriturismo Bocca Moa, in cui la signora Elda cucina pietanze prelibate a non finire; la bellezza nascosta del lago di Giacopiane coi suoi cavalli allo stato brado; il profumo del mare.
Non serve per forza recarsi in territori lontani, spesso troppo acclamati dalle pubblicità o guide turistiche. A volte basta guardare una cartina, segnare una strada o una direzione, cercare qualche agriturismo o ristorante fuori dalle principali arterie turistiche e dare un nome altisonante all’impresa. Ed il gioco è fatto: in questo modo si possono vivere piccole avventure alla portata di tutti che però al loro interno nascondono lo spirito di grandi imprese.
Colgo l’occasione per ringraziare Cesare per essersi sobbarcato l’organizzazione dell’evento e per averci guidato come un condottiero. E naturalmente un grazie va anche a tutti gli altri compagni di avventura.
Vorrei che questo racconto, scritto da Luana, possa spronare chi è indeciso a prendere la bici e pedalare, perché tutti possono vivere la loro avventura. Basta volerlo.


Racconto

a cura di Luana

Pronti, partenza, no aspetta, Cesare ha bucato!
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Riparazione a Casteggio (foto di Cesare Comaschi)
Ed eccoci qui, tutti puntuali alle 9,30 in piazza a Casteggio, come ci aveva più volte raccomando Cesare. Tutti, tranne lui.
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Piazza Cavour, Casteggio (foto di Cesare Comaschi)
Piazza Cavour, Casteggio (foto di Cesare Comaschi)
Lo aspettiamo mentre termina le sue riparazioni e per le 11 finalmente partiamo.
A percorrere la prima tappa (Casteggio-Bobbio) siamo in sei: io e il mitico Giorgio, Cesare, l’organizzatore del giro con la sua Elena, Andrea, appassionato di bici e colui che ha costruito la bicicletta di Cesare e Carlo che ci accompagnerà solo per la prima tappa.
Da Casteggio ci incamminiamo verso Rivanazzano per prendere la Greenway, una pista ciclabile ricavata su una vecchia ferrovia che ci porta fino a Salice Terme, dove ci fermiamo per consumare la nostra seconda colazione!
Poi si riparte attraversando le colline dell’Oltrepò Pavese, tra dolci salite e stradine immerse nel verde che ci conducono fino a Varzi, dove sostiamo per il pranzo gustandoci una birretta fresca con un tagliere di salumi, tra cui ovviamente il noto salame di Varzi!
Non ci facciamo mancare nemmeno il dolce, e meno male direi, con il senno di poi!
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Varzi (foto di Cesare Comaschi)
Ripartiamo e subito scopro che per arrivare al passo della Scaparina avremmo dovuto affrontare una salita ininterrotta di 13 km e forse anche il cielo lo sa, dato che per creare la giusta atmosfera ci regala un bel temporale.
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Salita passo Scaparina (foto di Cesare Comaschi)
Dei sei che eravamo, dopo poco rimango indietro, tra curve e strappetti vari non vedevo più nessuno. Al km 4 della salita sono al picco del mio sconforto, per paura di non farcela, ma poco dopo incontro Giorgio, che mi sprona e mi da la grinta per procedere.
Arrivata al km 7, grinta o no, le gambe non girano più. Sono dei pezzi di legno pesanti e le ginocchia fatico anche solo a piegarle. Ma devo arrivare al km numero 13, manca ancora circa metà, allora per preservare un po’ quel che resta delle mie gambe inizio ad alternare pezzi a spinta e pezzi pedalando al rallentatore.
L’arrivo in vetta mi sembra ormai solo un miraggio e mi guardo spesso indietro prendendo in considerazione l’opzione di tornare a valle, ma l’idea dura sempre troppo poco, sovrastata dalla mia caparbietà. Non posso mollare senza nemmeno raggiungere la prima tappa, non se ne parla. Tutt’al più potrei tornare indietro il giorno dopo con gli amici che ci avrebbero raggiunti a Bobbio in macchina.
Dopo non so quanto, finalmente anche io e Giorgio arriviamo in vetta. Nonostante per lui questa salita sia stata solo una passeggiata è rimasto al mio passo, aspettandomi pazientemente nelle mie innumerevoli pause e liberandomi da tutti i pesi che avevo con me. Fortunatamente in questo giro ha deciso di provare il portapacchi, avendo così spazio in abbondanza anche per le mie cose.
Al bar sulla vetta ne approfittiamo per far riprendere un po’ le gambe affaticate, ci scattiamo qualche foto di gruppo per immortalare l’impresa e poi, dopo aver aggiunto qualche strato di vestiti, ci prepariamo per affrontare i tanto attesi, sognati e desiderati 13 km di discesa per raggiungere Bobbio.
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Bar Passo della Scaparina (foto di Giorgio Moroni)
Dopo un primo giorno “mozza-gambe” sono andata a dormire riservandomi la facoltà di decidere se continuare o no il giorno dopo, studiando una strada alternativa per andare a Piacenza e prendere un treno verso casa.
Al mattino però, contro ogni aspettativa le mie gambe sono integre come se non avessero fatto neanche un passo, quindi nuovamente carichi di grinta ed entusiasmo ripartiamo dopo un’abbondante colazione nel giardino del B&B.
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B&B San Colombano, Bobbio (foto di Giorgio Moroni)
Lasciamo la fantastica cittadina di Bobbio per costeggiare il Trebbia fino ad arrivare in Val d’Aveto. La strada si rivela, per la mia felicità, un piacevole sali-e-scendi. Giorgio non è proprio dello stesso avviso, già rimpiange la salita costante del giorno prima, ma grazie ai magnifici paesaggi che ci circondano, distratto dallo scattare foto e far riprese non fa ci nemmeno troppo caso.
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Val Trebbia (foto di Giorgio Moroni)
Proseguiamo fino a Rezzoaglio con l’acquolina in bocca, dato che ci aspetta una pausa per assaporarne la tipica focaccia. Peccato che essendo domenica per riuscire a sfamarci in cinque dobbiamo svaligiare quella che resta negli unici due locali aperti, guadagnando otto mini-pezzetti di focaccia. Meglio di niente dai.
Culo in sella e si riparte, la strada sale piacevolmente fino a raggiungere un punto panoramico mozzafiato.
Qualcuno ne approfitta per far due foto al panorama, qualcun’altro mette giù un set per fare il book fotografico alla sua bici (indovina chi? …Giorgio).
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Scollinamento Val d’Aveto (foto di Cesare Comaschi)
Poi su le giacche a vento e si parte per i miei tanto attesi 10 km di sola discesa prima dell’ultimo sforzo. Secondo “l’inaffidabile” Giorgio ci sarebbe stata poi una piacevole e dolce salita che ci avrebbe portati fino alla destinazione. Dolce un cavolo! Come distanza è la metà di quella del giorno precedente, ma certi tratti sono davvero tosti, ma anche questa è andata.
Arrivati a destinazione presso l’agriturismo Bocca Moá la signora Elda ci coccola(o forse ci ammazza) con del delizioso cibo: innumerevoli antipasti, due primi, secondo, due dolci, vino a volontà grappa e limoncello.
Tutto ciò che abbiamo smaltito nei 70 km con 1000 metri di dislivello del giorno ripresi in poche ore.
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Agriturismo Bocca Moa (foto di Giorgio Moroni)
Dopo l’abbuffata della cena io dormo da Dio, piena, soddisfatta e felice con il sottofondo della pioggia e del vento che si scatenano fuori. Il tutto accompagnato dal mormorio di un moribondo che mi dorme accanto urlandomi di non saltare sul letto non appena sollevo un dito e registrando messaggi per il se stesso del futuro raccomandandogli di non esagerare mai più col cibo (e qui evito di palesare nomi).
Il mattino seguente ci facciamo coccolare ancora un po’ dalla Elda con i suoi dolcetti ed il suo pane fatto in casa.
Io sono super felice perché aspetto questo giorno da prima ancora di partire: il percorso prevede una trentina di chilometri di discesa dritti fino al mare.
Ma Cesare, il nostro compagno di viaggio che non perde alcuna occasione per attaccar bottone con chiunque, ha scoperto che, a non so quante centinaia di metri sopra di noi trova una diga con dei bellissimi laghi artificiali. E non vuoi andarci? Di prima mattina? A gambe fredde?
Bene, detto fatto ci “impedaliamo”.
La stradina si inerpica peggio che quella che ci aveva portati fino all’agriturismo. Ma con forza e coraggio arriviamo anche lì. …e poi arrivi fino ai laghi e non vuoi girarci attorno? Via anche con il giro della diga.
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Lago di Giacopiane (foto di Giorgio Moroni)
Questa discesa insomma me la fanno proprio sudare!
Poi però partiamo decisi, mini tappa a recuperare borse e pesi inutili che avevamo lasciato all’agriturismo e giù dritti fino al mare. Ma più si va giù e più aumenta il vento contrario, tant’è che anche in discesa mi è tocca pedalare.
Però poi inizi a vedere il mare, sempre più vicino fino a che non ti ci trovi davanti e ne respiri il profumo, ma già ti senti malinconico perché se il traguardo è raggiunto significa che bisogna tornare a casa.
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Sestri Levante (foto di Giorgio Moroni)
Ci godiamo un po’ di Liguria gustandoci focacce in spiaggia, mentre Cesare come al solito racconta la sua avventura a tutti quelli che incontra, e Andrea, che non vuol fermarsi, studia strade per spingersi ancora più in là per raggiungere le Cinque Terre.
Io e Giorgio ci guardiamo indecisi sul da farsi, ma dato che ci aspettano tre treni con bici a carico, corse e coincidenze varie decidiamo di rilassarci ancora per qualche oretta al mare con Cesare ed Elena e poi tornare a casa.
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Ritorno in treno (foto di Luana)

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Traccia

Clicca qui per scaricare la traccia della traversata: Traccia Traversata


Video


Galleria fotografica

 

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